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martedì 19 febbraio 2008

corpo estraneo numero zero


ovvero prove tecniche di trasmissione infettiva.
la fase del contatto.


D’un tratto annuncerà la sua venuta. Aspetteremo insieme che il velo sopra le nostre teste si sarà arricciato. Le nuvole grigie si addenseranno e si faranno simili a un’ imprecazione. Non ci saranno più, i vecchi baci ubriachi, né quelli immaginati, le mani fra le gambe, le mani sopra gli occhi, e non ci saranno più quelli taciuti, le mani sulle bocca, i baci rimandati e poi non ricevuti. Li guarderemo, loro, da lontano, ognuno con la sua buona morale tirata su misura, ognuno con il suo cristianesimo ritoccato a pennello, e brinderemo a noi, invece. Che gli uomini si dividono in due categorie, chi beve per dimenticare e chi per ricordare, ma stavolta no, stavolta quando sarà ricordo, non dovrà essere rimosso, né dovrà essere evocato, ma renderemo le tue labbra più prossime a una profezia. Così finalmente un santo minore bestemmierà la pioggia aspettata, che sarà fertile come ogni volta, però anche lei sempre nuova. E nessuna parte di te, nessuna parte di me potrà dovrà essere lavata via. Niente procurerà noie e secrezioni, non ci saranno risposte immunitarie. Nessuna precisione chirurgica o accuratezza con cui asportare. Permeabili solo a noi stessi. Ti prenderò da parte, guarderemo in alto e schianterai il bicchiere. Ti racconterò di come il cielo, con le sue pareti scalcinate, è di chi ha infranto la norma. Di come il cielo, che non è fatto di scarti, appartiene ai violenti e allo stesso tempo ai vulnerabili.

giovedì 27 settembre 2007

FtoM 23.06.05to27.09.07. esperimento di chirurgia letteraria.

... L’avrebbe rapito e trascinato via in una nuova Eleusi, gli avrebbe insegnato a giocare con l’ ombra della sua voce riflessa fra le crepe del tempio, gli avrebbe soffiato fra i capelli di miele e di vino che un pazzo non è che "un prode che si presenta di fronte al fenomeno distruttore, invece di lasciare che se ne occupino le sue funzioni subalterne", avrebbe intrecciato e dipinto fra le sue gambe orgasmi di rose senza spine, lasciando asciugare lentamente il colore sulla pelle, traccia di lui, e gli avrebbe sussurrato della fertilità della nuda terra e di come un tempo fosse facile e necessario raccogliere passiflore dal rovente asfalto metropolitano, gli avrebbe fatto conoscere la dottrina dell’ incandescenza ed infiammato il suo sangue di nuovo dioniso, avrebbe attinto dal suo riverbero di sasso scagliato nelle acque dell’ Illisso porpora, spirali e giri infiniti attorno ad un punto e grovigli di esistenza, l’avrebbe portato sul filo sottile di una vibrazione e curato ogni sua vertigine ed ogni turbamento della sua sensibilità spaziale, avrebbe fatto di ogni sua idiosincrasia ed avversione sabbia rossa nel vento, e mutato ogni sua preghiera in respiro, gli avrebbe mostrato oltre il bosco l’autunno …

© A. Kertész, The Dancing Faun, 1919