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domenica 20 aprile 2008

atto di fede

io credo che adesso staccherò tutto qui, infilerò le chiavi in tasca, 10 euro di fumo e 10 di benzina, e mi metterò a guidare verso il mare. reggae a manetta, finestrini spalancati e un gran bisogno di urlare. per questo troppo sole, per il kebab di ieri notte che alle 13 di oggi non mi sembra abbia ancora oltrepassato la soglia dell'esofago, per tutte le teste di cazzo che hanno votato pd condannando a morte la sinistra manipolati da questa stronzata del voto utile e dalla vecchia paura del nano malefico, urlerò per C. che nella vita è questione di incroci ciechi e di scontri accidentali e io invece voglio vederti di nuovo, sapere di te, scroccarti un'altra sigaretta e fare altri 5 minuti di pausa, urlerò per le 4 di notte passate a scrutinare, per i miei amici etero fattissimi e in totale imbarazzo ma tutto sommato divertiti in serate queer, per un sms di troppo a cui, come previsto, non è arrivata risposta che poi io lo vedo che leggi il blog, per la tangenziale alle 3 di notte, maledetta fattanza ma benedetti san lorenzo e il 32, per amici xenofobi dentro ma pur sempre amici, per il mio essere disoccupato e neanche più studente. ecco, io credo che mi siederò al volante, imboccherò la colombo, reggae a manetta, finestrini spalancati, cercando di urlare ogni singola nota. per questa strada che in fondo sento mia e forse non sarà piena di svolte ma costeggia comunque paesaggi notevoli.

domenica 14 ottobre 2007

raffreddore stagionale

dio dell'autunno, tu che una volta già mi hai fregato con settembre ed il suo trascinarsi, il verde ripassato dall'umidità, il vento a spolverare il vuoto fra i palazzi, la canzone del padre ascoltata ad un volume tale da fare eco nella cassa acustica fra le costole, le canne delle sei per godersi la luce che cambia e, in mezzo giro di lancette, trasfigura le cose e le persone, la costanza di scrivere ogni sogno la mattina ancora nel letto, e quell'odore di camino e vaga lontananza che si impregna sui vestiti insieme alla puzza di vecchio e di ritorno al banale quotidiano, dio dell'autunno, tu che una volta già mi hai fregato con tutte ste cazzate, il freddo e gli starnuti, scrosta via ogni residuo di abbronzatura dalla mia pelle, ridammi il buio triste ogni giorno in più largo anticipo, l'obbligo morale di dovermi divertire ogni sabato sera, le cene domenicali a base di gentilini e cioccolata, pensa tu a fare il cambio dei vestiti nell'armadio, trasforma gli omberelloni dell'estate in ombrelli da pioggia, violenta ed ingravida ogni nuvola ed acqua sia. poi vaglielo a dire che non ci sono aspirine che tengano, né dosi di birra sufficientemente curative, e che da una canzone come svegliami era possibile creare un immaginario molto più lungo di cinque brevi mesi. vaglielo a dire, dio dell'autunno, che il corpo amoroso è sempre un corpo bagnato, e che l'amore, come quello che scrivo, non è un esercizio di sintesi, ma qualcosa di totalmente narrativo e, abbandono dopo abbandono, ricalcando quello originario di mio padre, salirà sempre la sera e tornerà il momento delle favole.

mercoledì 25 luglio 2007

tout disparaîtra mais...

mercoledì 4 luglio 2007

metereo(a)patia

sempre più spesso mi piove addosso la tua indifferenza, un disinteresse totale. che neanche ti sprechi a mascherare più di tanto. a camuffarlo in un ehi scusa se non ti rispondo, anzi. lo rendi palese e a tratti strafottente. sembra che quasi ti diverta, piccolo essere anaffettivo vestito da techno esistenzialista. e io a chiedermi come sia possibile che in questo inizio luglio, con il suo sole stordente e i suoi 35 gradi, finisca ogni due giorni per essere inondato. i tempi in cui ero un teorico dell'arte del prendere la pioggia sembrano secoli fa. quando sarei stato capace di uscire sotto l'acquazzone e cantare per ore fradicio, magari un po' ubriaco, modulando la voce al passo minimale delle gocce. felice. la tua, invece, è un pioggia che mi bagna dentro e mi ammala. è una pioggia di cui non ho alcuna sete ma che penetra nelle radici più profonde. e non rende affatto fertile il terreno su cui a stento poggiamo, lo fa solo più scivoloso. tantomeno ha un'azione catartica, che non mi sembra ci sia un cazzo da purificare. forse l'unica maniera per farla riassorbire, tutta quest'acqua, è nell'osmosi dei corpi. che ogni tragedia di questo mondo finisce in un odore. e se ho una certezza, è quella che non si tratta certo dell'odore della pioggia o della terra bagnata. né di quello di noi due ansimanti. quindi prendimi la mano e vieni al centro di questa zona di bassa pressione. dove forse, fra le pieghe della pelle, esiste una qualche fessura senza nuvole.